Campanello Laura

Quanta paura di vivere abbiamo?

Guardare in faccia la morte e il limite umano ogni giorno, inizialmente, tanto tempo fa, ha scatenato in me paure, malinconie, timori e insicurezze difficili da sostenere. Ho capito quanto la morte nella mia vita e nella mia cultura venisse negata, taciuta, occultata, lasciando peraltro spazio a timori altrettanto forti dei miei, ma spesso insondati, innominabili e irrazionalmente gestiti. Mi sono anche resa conto che la paura è, al pari della morte, bandita dalle richieste di efficienza che la società ci impone: ammettere una paura, fosse anche quella pur giustificata della morte, crea disagio, incrina l’orgoglio e l’immagine di autosufficienza e forza che si ha e si deve avere di sé. Raramente troviamo qualcuno con cui parlare della morte o condividere paure e speranze sul tema: esso viene negato con stizza o liquidato con ironia e gesti di superstizione. Oppure la morte trova parole di immediato conforto nella fede, che però trascende e consola l’umano timore della fine e il senso del limite a esso sotteso, negandolo ancora una volta. Nella proposta della filosofia come stile di vita ho trovato invece la possibilità di un umano attraversamento e accettazione del limite della finitudine umana, della possibilità di condurre un’esistenza consapevole e serena perché forte di questa consapevolezza. Non per nulla questa consapevolezza si acquisisce, e forse mai una volta per tutte, attraverso esercizi quotidiani, attraverso una continua messa sotto esame della propria vita. Giorno dopo giorno.

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